da ''il Quotidiano della Calabria'' di venerdì 17 febbraio 2006, pg. VI
Hans Christian Andersen è stato un autore straordinariamente prolifico in tutti i generi: romanzi, racconti dì viaggio, poesia e teatro. Tuttavia è ancora oggi universalmente conosciuto e ricordato in tutto il mondo per le sue fiabe, che egli seppe trasformare in creazioni originali, ibridando la vita comune e il soprannaturale in forme e figure che ancora oggi continuano a sorprendere e interrogare. Si può dire che Andersen stia alla fiaba come il mondo spaventoso e sublime evocato da Poe nello stesso secolo sta alla nascita del racconto terrifico.
Nella vita e nell'opera di Andersen la frustrazione sessuale fu onnipresente.
Nelle sue fiabe trapela un'ossessione erotica nascosta, incarnata nelle streghe, nelle gelide seduttrici e nei principi androgini.
Cristiano dichiarato, Andersen sin dall'inizio della sua opera si cela sotto le spoglie di personaggi scaturiti da una sorta di paganesimo nordico e narcisistico. Fu un adoratore del Fato, che ai suoi occhi era una divinità sadica, una sorta di Nemesi. Il genio creativo di Andersen è inoltre profondamente intriso di un animismo che predilige le forme teatrali. Molte delle figure che compaiono nelle fiabe anderseniane sono figure animistiche e teatrali, alla Shakespeare. Con l'avvertenza che il narratore di Odense ne avrebbe fatto volentieri esseri più oscuri e fatali. Infatti l'universo di Andersen è sì completamente vitalistico, ma anche tendenzialmente tragico e maligno. Ma questo non è l'unico legame tra Andersen e il teatro. "Forse non tutti sanno che H. C. Andersen mosse i primi passi nel mondo dell'arte come attore di teatro". Si apre così il volume che Carola Scanavino ha dedicato ad "Andersen a teatro in Italia" (con una nota sulla scrittura di viaggio e un saggio sui Deutsche Romer, i viaggiatori danesi e di lingua tedesca in Italia, di M. F. Minervino, Abramo, 2005, p. 170. euro 12,50).
Il volume è dotato anche di una accurata bibliografia che riguarda i viaggiatori danesi in Italia nel secolo XIX, e racconta, con citazioni dai diari, le sale e i teatri (la Scala, San Carlo e altri) che il grande scrittore di favole, del quale ricorreva nell’appena trascorso 2005 il bicentenario della nascita, frequentò duranti i suoi giri nella penisola.
Lo scrittore danese fu in giro per la penisola ben quattro volte, dal 1833 al 1861 e predilisse le città italiane che ospitavano teatri e palcoscenici lirici famosi.
Andersen fu a Torino, Milano, Genova, Napoli e Roma per assistere a rappresentazioni e spettacoli il cui clamore fece epopea nella cultura europea di quel periodo, spingendo la fama del melodramma italiano al di fuori dei teatri nazionali.
A teatro in Italia la scelta del narratore danese cade spesso sull'opera e il balletto. Ma i suoi erano gusti un po’ eccentrici. Piaceva il melodramma ad Andersen? Scrive che il "Ballo in maschera" verdiano è "musica banale".
Di suo gusto è invece un balletto di genere grottesco, dove appariva una prima ballerina quasi nuda. Gli piace la promiscuità del pubblico popolare che frequenta i teatri e le farse in genere, una in specie, "Nessuna torta", di cui non annota l'autore, protagonista è un ragazzo afflitto da eterno mal di pancia. Il libro nel saggio di Mauro F. Minervino ricostruisce il clima culturale del viaggio al Sud tra i “Deutsche Romer”, assieme ai profondi conflitti culturali sociali e psichici che afflissero lo scrittore di Odense. Figlio di un calzolaio e di una lavandaia, Andersen nutrì ambizioni e vanità che ne fecero spesso un infelice.
La passione di Andersen per il teatro e i viaggi fu però costante e tale da imporgli grandi sacrifici pur di riuscire a realizzare nell'età matura, il suo sogno di viaggiare per l’Italia in visita nelle città nel Grand Tour.
Questa singolare indole di viaggiatore ha lasciato tracce indelebili nella prosa e nella complessa produzione narrativa del grande scrittore danese. Questo libro riassume, a partire dai ''Diari'' e da altri testi di ispirazione italiana, il cammino di un viaggio sui generis che registra i punti d'ombra e i momenti di crisi rivelativi della personalità profonda dell'autore. Il teatro, l'Italia e il fascino del Sud che ne avevano attratto la fantasia e i desideri più inconfessabili, sono altrettanti temi di una lacerante e controversa scoperta di sé, che Andersen senza mai arrivare alla pienezza di una flagrante confessione, nelle more dell'esperienza di viaggio, riesce insieme a nascondere e a far trapelare sotto le sembianze dell'erudito disinteressato e dell'uomo del Nord alla ricerca di libertà e di sensazioni esotiche.
Tutti i biografi sottolineano come in Andersen fossero presenti due diverse personalità, il danese in Danimarca, vulnerabile e ossessionato da un pregiudizio di inferiorità e l’uomo di spettacolo all’estero, il ragazzo prodigio di Weimar e di Londra, l’instancabile viaggiatore e girovago danese che parte avventurosamente per l'esotica Costantinopoli. Infantile e stravagante in patria, Andersen lo era anche in modo speciale durante i suoi viaggi all'estero, libero di inseguire lontano da ogni rigido controllo morale i suoi sogni ad occhi aperti e le sue perversioni androgine.